Spettacolo

Jacopo Cavallaro, l’artista al tempo del Coronavirus

Tanti progetti nel futuro di Jacopo Cavallaro, apparso di recente nella fiction Storia Di Nilde nel ruolo di
Antonio Pallante e nelle repliche di Come Un Delfino, la fiction con protagonista Raoul Bova. Di recente, il
giovane attore ha fatto anche un video, diffuso sul web, per infondere speranza al popolo italiano,
sofferente in seguito all’emergenza Coronavirus. L’abbiamo incontrato per parlare dei suoi prossimi
impegni. Ecco cosa ci ha detto.
Ciao Jacopo, io partirei dal video che hai fatto nelle scorse settimane sul web, “La Vita è fatta di
Centimetri”. Come è nata questa idea?
“Essendo in quarantena come miliardi di persone nel mondo, ho pensato di dover trasmettere, da attore,
un messaggio di conforto e di forza al pubblico, di spinta verso una crescita, verso una riapertura collettiva.
Il monologo, in questo senso, parte proprio da questo presupposto”.
Perfetto, parliamo più approfonditamente di questo monologo…
“E’ una rivisitazione del monologo che fa Al Pacino all’interno del film Ogni Maledetta Domenica di Oliver
Stone. Lì Al Pacino è un allenatore che fa un discorso alla sua squadra di football. Io ho preso spunto da
questa cosa, parlando di una squadra che, nel mio caso, è ovviamente l’Italia intera. Mi sono rivisto nella
figura di questo coach di una presunta squadra, che rappresenta il popolo, il mondo intero. Incitando tutti
quanti a rispondere, ad affrontare questa partita che si deve vincere”.
Com’è stato realizzato il video?
“In modalità smart working. Non potevo avere nessun tipo di attrezzatura particolare. I miei familiari sono
stati la troupe che mi ha coadiuvato in questo piccolo progetto. Ho visto che il video ha raggiunto parecchia
visibilità sul web. Il mio intento era questo: essere un modo per poter far parlare alle persone, di poter
essere divulgato come una voce di tutti, se così vogliamo chiamarla. Poi mi ha spinto anche un’altra
considerazione…”
Quale?
“Secondo me la creatività, in questa dinamica che stiamo vivendo, è fondamentale. Qualsiasi gesto di tipo
creativo è una maniera, uno stimolo, per poter in qualche modo superare questa fase. Il mio video era un
invito alle persone di essere creative in questo senso, di inventarsi qualcosa. Ogni giorno vediamo gente
che canta, che balla, che fa le cose più disparate. E’ uno stimolo che si dà a una crescita, a una speranza. E’
un modo per non abbattersi. La mia forma mentis, la mia vita e i miei studi stessi, mi hanno condotto
sempre a pormi questa attenzione verso l’arte vista come possibilità di una crescita, di uno sviluppo
interiore a 360°”.
D’altronde studi anche all’Accademia di Belle Arti
“Sì, Arte Terapia. La mia laurea, infatti, è stata bloccata dalla situazione d’emergenza venutasi a creare. A
marzo mi sarei dovuto laureare, ma questa fine del percorso è stata momentaneamente bloccata.
Aspetterò nuove leggi da parte delle Istituzioni. Vediamo che cosa succede”.
Di recente ti abbiamo visto su Rai 1…
“Esatto. Prima del sorgere dell’emergenza, è andata in onda su Rai 1 la fiction in una puntata Storia di
Nilde, con la regia di Emanuele Imbucci. Lì sono stato Antonio Pallante, l’attentatore di Palmiro Togliatti.
Avevo già lavorato con il regista in Donne di Camilleri ed è rimasta questa amicizia, motivo per cui sono
stato chiamato per quest’altro ruolo. Si è notata una mia somiglianza fisica con Pallante, di cui c’è soltanto
una fotografia, dove sembra mio nonno”.

Nelle scorse settimane, sono state trasmesse anche le repliche di Come Un Delfino. Che ricordi hai di quella
esperienza?
“E’ un lavoro che ho fatto circa sei, sette anni fa. La fiction ha avuto il doppio del successo adesso che è
stata rimandata in onda, rispetto al periodo in cui andò in prima tv. Con questa situazione che c’è stata, ha
avuto una visibilità assurda, alcuni l’hanno vista anche per la prima volta. Anche Raoul Bova, con cui da
poco ho fatto una diretta social, ha ribadito questa cosa. Comunque, ho dei ricordi straordinari legati a quel
periodo. Di Come Un Delfino abbiamo fatto due stagioni. La prima l’abbiamo girata, per lo più, nelle isole
Eolie in Sicilia, la seconda a Malta. L’esperienza straordinaria è stata quella di lavorare con un gruppo di
persone, che poi è diventato una squadra vera e propria. Non c’era più una giornata da set, ma una in cui si
stava in gruppo, in famiglia. Un’altra cosa bella di Come Un Delfino è stato il rapporto con l’elemento
dell’acqua: è bellissimo per un attore avere questa possibilità, di cimentarsi in un ruolo in cui devi mettere
in campo un altro tipo di recitazione, data anche dallo sport, dal proprio corpo, dalla propria preparazione a
livello atletico. Ho paragonato questa esperienza ai film di Rocky”.
Ah sì, e come mai?
“Sì, i film di Rocky hanno immesso nelle generazioni una sorta di forza di volontà. Ancora oggi, quando tu
guardi un film di Rocky, la prima cosa che pensi è che ce la puoi fare, in qualsiasi ambito, non soltanto in
quello sportivo. Ci ha insegnato che siamo tutti dei Rocky nella nostra vita. Come Un Delfino, ha avuto la
stessa capacità. E’ questo che ho visto nel pubblico, anche dai messaggi ricevuti ora che la fiction è stata
replicata. Ha dato loro una forza di volontà straordinaria. La gente ci ha scritto per dirci di aver fatto una
cosa, per cui magari non aveva mai trovato il coraggio, dopo aver visto la fiction. Ci hanno ringraziato. Tutti
quanti abbiamo dato loro uno scalino in più, un aiuto. Questa è stata una cosa straordinaria”.
Quali progetti lavorativi hai dovuto sospendere a causa del Coronavirus?
“Ad esempio, c’è una serie Netflix di cui non posso fare ancora il nome. Ero molto attivo sul teatro. Avevo
uno spettacolo con cui stavo andando in giro per tutta l’Italia, ossia L’Odissea con la compagnia Artisfabrica.
Il mio ruolo era quello di Telemaco. Avremmo dovuto affrontare altri due mesi di repliche. Prima che si
bloccasse tutto, ho avuto però la fortuna di debuttare in uno spettacolo scritto e interpretato da me, che si
intitola Io… Martoglio, un omaggio all’autore siciliano Nino Martoglio. Si spera che, alla riapertura, ci sia la
possibilità di riprendere queste situazioni, di rimetterle in gioco. Oltre ad essere un attore, sono anche
autore dei miei testi che poi metto in scena in maniera personale. Sono creativo anche in quel senso. Non
riesco a focalizzarmi verso un’unica strada, mi piace essere creativo a 360°. Dove riesco a trovarmi un modo
di esprimermi, anche attraverso la scrittura delle opere che poi metto in scena, ritrovo un aspetto creativo
di me stesso”.
Veniamo un po’ a te come attore. So che hai cominciato a recitare quando avevi circa 15 anni. Sicuramente
è dipeso anche dal fatto che sei “figlio d’arte”, giusto?
“Assolutamente sì, tutta la mia famiglia fa parte di questo mondo, chi nel campo della scenografia, chi nel
campo dei costumi, chi nella musica come voce o strumento. Tutti sono stati i miei maestri in questo senso.
A casa mia non si respira altro che aria di teatro, di spettacoli, di cinema. Io fin da piccolo ho avuto questa
fortuna, di poter vivere questi ambienti come quando un ragazzo va a frequentare una palestra o il
catechismo. Per me addormentarmi tra le poltrone del teatro, appena uscivo da scuola, faceva parte della
quotidianità. Aspettavo che papà e mamma finissero di lavorare. Avere la fortuna di questo tipo di scuola,
secondo me, è importantissimo per chi vuole intraprendere questo mestiere. Non devi avere per forza
genitori che fanno parte di questo ambiente, ma ritagliarti la possibilità di frequentarlo da esterno, da
visitatore. Vedere quello che accade, senza doverci partecipare per forza. Essere un occhio scrutatore,
indagatore, che ruba quello che fanno i grandi, per poi essere capace di metterlo in pratica. La scuola, dove
semplicemente ti insegnano delle tecniche, non serve a nulla se poi non hai l’occasione di provare e vedere

con mano quello che è il lavoro concreto, sia se si parla di teatro, sia se si parla di cinema. Stare davanti alla
macchina da presa, su un palcoscenico e il rapporto col pubblico sono cose che si imparano, secondo me,
nel momento in cui le stai facendo. Quando stai vedendo dei professionisti che le fanno e puoi attingere
anche da loro”.
L’arte ti è stata tramandata fin da bambino. Ce l’hai nel DNA, insomma…
“Non mi sono mai sentito un lavoratore/attore. Non ho mai visto questo come un mestiere. Distacchiamoci
dalla questione economica del fatto. Ancora oggi, fortunatamente, riesco a mantenere un contatto con il
fare l’attore come qualcosa che fa parte del mio essere, non di qualcosa che deve far parte del mio lavoro.
E’ importante che si mantenga una fiamma accesa”.
Come stai vivendo questo blocco lavorativo dovuto all’emergenza Coronavirus?
“Purtroppo, il nostro settore non è tutelato abbastanza dallo Stato. Noi viviamo per infondere un
messaggio di speranza, ma chi dovrebbe tutelarci non capisce che, senza di noi, tutto questo non si può
fare. Noi come Nazione abbiamo sempre vissuto di questo. Senza, non so come vivremo. L’arte è cultura.
Dove c’è una fiamma viva, dove ci sono dei professionisti ci dev’essere tutela. E per professionisti non
intendo solo quelli noti al pubblico, ma tutte le persone competenti – che vivono dignitosamente di questo
mestiere – e che trasmettono qualcosa”.
E poi di questo “mondo” non fate solo parte voi attori, ma anche le maestranze…
“Esatto. Uno pensa che il mondo dello spettacolo siano solo gli attori, ma dietro ci sono altre 20 e 30
persone che ci lavorano, che non vengono mai nominate ma arrivano prima e se ne vanno dopo rispetto a
noi”.
Come pensi ci si potrà muovere, d’ora in poi, con tutti gli accorgimenti del caso? Su un set, in un teatro e
così via…
“Gli accorgimenti che ho letto sono abbastanza drastici, sia dal punto di vista cinematografico che teatrale.
Chiaramente, dovendo girare in un certo modo, al cinema determinate scene non si potranno più fare e,
dunque, già si sta levando parte del lavoro concreto. Dal punto di vista teatrale, magari si possono far
sedere le persone un posto sì e dieci posti no, ma gli attori in scena ci devono stare. Il teatro va fatto di
presenza. Sennò si fa televisione. E’ diversa la cosa. Ci sono delle dinamiche, sia dall’una e sia dall’altra
parte, che ancora oggi risultano sconcertanti. In qualche modo bisognerà risollevarsi. Una soluzione
concreta non esiste. Dobbiamo vedere come si evolvono le cose per poi, a piccoli passi, cercare di
ricostruire, di restaurare quello che c’era prima. La Stato, in primis, deve accorgersi in maniera definitiva
delle persone del mondo dello spettacolo e darà la possibilità a questa fetta d’Italia di vivere della sua arte.
Anche gli artisti devono vivere. Non sarà facile, ma sono sicuro che ci risolleveremo, senza ombra di dubbio.
Dopo un periodo di forte crisi, c’è sempre una forte rinascita. Tutti i periodi della storia hanno avuto questa
sorta di escalation”.

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